Ascoltare bene per comunicare meglio

“Comunicare”: una attività fondamentale nella nostra vita, nella sfera sia privata sia professionale. Cosa significa però questa parola? Deriva dal latino, dai termini cum = con, e munire = legare, costruire da cui il verbo latino communico = mettere in comune, far partecipe. E’ quindi il processo e le modalità di trasmissione di un'informazione da un individuo a un altro attraverso lo scambio di un messaggio.

Ascoltare bene per comunicare meglio

Prevede quindi due attori: chi emette il messaggio e chi lo ascolta. Si studia e si legge spesso di come parlare o scrivere in modo efficace. Ci si sofferma più raramente invece su come ascoltare per bene. Eppure, sono i due estremi della comunicazione! 

Oggigiorno poi le nuove tecnologie ci permettono di comunicare sempre, con un numero elevatissimo di persone ed in qualsiasi momento. Mail, social network, messaggi tramite WhatsApp, Skype, Viber, Telegram ci mettono in contatto 24 ore su 24 con amici, parenti, colleghi e clienti.

Comunichiamo tanto? Sì, certamente!

Comunichiamo bene? Molto spesso no, neanche quando siamo vis-a-vis con il nostro interlocutore.

Perché? Siamo talmente immersi nelle nostre attività, interessi ed impegni che stiamo perdendo la capacità di ascoltare. Eppure, la capacità di comunicare efficacemente è legata in modo proporzionale alla capacità di ascolto! C’è chi dice che ci sarà pure un motivo per cui abbiamo due orecchie ed una sola bocca!

Quanto spesso ci troviamo a parlare con qualcuno facendo altro nel frattempo? Oppure lo interrompiamo, sicuri di aver già capito, e rispondiamo rapidamente in base alle nostre idee e non a ciò che ci sta dicendo il nostro interlocutore? O ancora ci limitiamo superficialmente a sentire le parole trascurando le sue emozioni e ciò che ci sta dicendo con il linguaggio del suo corpo, il famoso “non verbale”? (gli esempi di errori nel comunicare via internet sono poi ancora più frequenti, con risposte senza leggere tutti i messaggi, invio a persone sbagliate etc…)

In questi casi manchiamo in quello che dovrebbe essere il vero scopo dell’ascoltare, che è quello di capire veramente l’altro. 

Come fare ad ottenere questo risultato? 

Dovremmo in primo luogo imparare a dialogare rinunciando ad imporre il nostro modo di vedere le cose, le nostre esperienze: asteniamoci dalle valutazioni rapide, sommarie che ci portano ad esprimere il nostro accordo o disaccordo in base alle nostre inamovibili convinzioni anziché all’argomento che stiamo affrontando. 

Inoltre, evitiamo di essere degli inquisitori, facendo subito domande basate unicamente sul nostro modo di vedere le cose, che tendono a portare la situazione di cui ci parla l’interlocutore all’interno di nostri schemi che non sono necessariamente i più indicati al caso. Fintanto non lo ascoltiamo interamente…

Evitiamo poi di dare consigli basati sulla nostra storia ed esperienze, prima di aver capito se l’altra persona si trova in situazioni simili!

Cerchiamo di capire tutto ciò che c’è “dietro” il discorso: lo possiamo capire più facilmente quando parliamo con le persone, anziché nella comunicazione scritta. Gli esperti dicono infatti che una comunicazione è basata solo per il 10% sulle parole dette, per un 30% sul tono della voce e per ben il 60% sul linguaggio gestuale del nostro corpo. Anche la comunicazione scritta, tuttavia, deve essere valutata in base alla situazione. La lingua italiana ha una ricchezza meravigliosa che consente di esprimere e cogliere dettagli importanti: impariamo ad usarli e coglierli.

Anche quando leggiamo comunicazioni più rapide, sintetiche, spesso sgrammaticate e gergali come quelle in internet, leggiamo però almeno tutto, immaginiamo perché sono state scritte, cosa è successo prima. (nota: se siamo noi a scrivere però, facciamolo sinteticamente ma con cura ed attenzione!)

E praticamente, come si può fare? Si può seguire un metodo, richiede impegno ed allenamento e consente di ottenere il cosiddetto “ascolto empatico”, quello cioè che porta a capire pienamente lo stato d’animo dell’interlocutore.

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La prima fase è quella dell’”ascolto riflessivo”, in cui il contenuto della risposta/del vostro atteggiamento imita, “riflette” ciò che è stato detto. Permette di prestare attenzione alle parole dell’interlocutore, senza esporre giudizi, valutazioni, consigli. Insegna ad ascoltare con mente aperta.

Il passaggio successivo è quello di riformulare ciò che vi è stato detto, inquadrandolo in modo logico e razionale, con parole vostre. Introducete apertamente questa riformulazione dichiarandola come tale: “Provo a dirlo con parole mie: mi stai dicendo che…… e quindi pensi che…… Ho capito bene?”

La terza fase richiede che usiate il vostro sentimento, che andiate oltre alle parole ma valutiate il punto di vista dell’interlocutore, vi mettiate “nei suoi panni” e cerchiate di provare i suoi sentimenti.

Da ultimo rispondete a ciò che avete capito sul piano sia razionale (seconda fase) sia emotivo (terza fase): date la vostra opinione restituendo un sentimento. In questo modo ciò che dite verrà accolto con maggior fiducia e sarà più facilmente in linea sia con le vostre idee e principi sia con la reale situazione in cui si trova la persona con cui parlate. Metterete pienamente la vostra personalità ed esperienza al servizio dell’interlocutore, che ascolterà con fiducia e trarrà il massimo beneficio dal rapporto con voi.

 

managerial training

 

A chi serve imparare a ascoltare in questo modo? A tutti, in ogni aspetto della vita personale e professionale.

Nella nostra attività di consulenza, tesa a migliorare i risultati aziendali attraverso le persone, interveniamo spesso insegnando questi concetti ed aiutando ad applicarli. La capacità di comunicare efficacemente è infatti una delle componenti più importanti della cosiddetta “leadership”!

Luca Orselli

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